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Gli effetti psicologici provocati dalla dipendenza dalle nuove tecnologie sembrano essere allarmanti. Ma per Christopher J. Ferguson, professore di psicologia alla Stetson University, queste tesi si basano su basi deboli.

Lo scorso aprile, ad esempio, ricorda Ferguson su Quartz, il programma condotto da Katie Couric “America Inside Out” ha dedicato una puntata sugli effetti della tecnologia sul cervello delle persone.

Il cofondatore di una società che cura la dipendenza da tecnologia ha paragonato questo tipo di ossessione a quella che si innesca nei confronti della cocaina e delle droghe. Durante la trasmissione è anche stato detto implicitamente che questo problema può avere legami con la perdita della memoria provocata dall’Alzheimer, mentre uno psicologo, Jean Twenge, ha associato gli smartphone al tasso di suicidi tra gli adolescenti.

“Teorie spazzatura”

“Sono uno psicologo anche io, ho lavorato con gli adolescenti e con le loro famiglie e ho condotto ricerche sull’uso delle tecnologie e sulla dipendenza da videogame. E ritengo che la maggior parte di questi allarmi sui pericoli delle tecnologie siano pura spazzatura”, ha dichiarato Ferguson che spiega il perché, punto per punto.

La tecnologia non è una droga

“In molti sostengono che le tecnologie attivino i centri del piacere così come accade con la cocaina, l’eroina e le metanfetamine. Ciò è vero, ma in parte. Il cervello non risponde alle esperienze piacevoli solo in modo non salutare. Tutto ciò che risulta gradito, dalla nuotata alla lettura di un buon libro, dal sesso al cibo, rilascia dopamina nei ‘circuiti del piacere’. La differenza sta nel fatto che mentre la cocaina provoca un aumento della dopamina del 350%, le tecnologie producono un +50%.

La dipendenza da tecnologia non è comune

Le persone che parlano di abuso e dipendenza da tecnologia in genere lo fanno chiamando in causa le troppe ore che bambini e ragazzi trascorrono giocando con lo smartphone o sui social. Ma queste non sono delle reali dipendenze che si ripercuotono su attività importanti come la scuola e i rapporti con i compagni. Secondo le ricerche che ho condotto, solo il 3% dei giocatori sviluppano dei comportamenti patologici. Tutti gli altri adottano delle ‘brutte’ abitudini che però si modificano col tempo.

La dipendenza da tecnologia non è una malattia mentale

“Non esiste alcuna diagnosi ufficiale che metta in connessione la malattia mentale con l’abuso di tecnologie. Ma questo potrebbe cambiare: l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha annunciato di voler includere i disordini da videogame nella prossima versione del suo International Compendium of Desease. Ma la questione è controversa: io sono tra i 28 studiosi che hanno scritto al WHO per protestare. Per me – e non solo – quello è un sintomo di altre patologie più che un vero e proprio disordine”.

La dipendenza da tech non è causata dalla tecnologia

Per Ferguson questa dipendenza è in genere il sintomo di disordini meno evidenti come depressione, ansia o problemi di attenzione. Se una persona depressa dorme tutto il giorno nessuno afferma che ha un problema di dipendenza dal letto”.

L’utilizzo delle tecnologie non porta al suicidio

Secondo alcuni studiosi, l’aumento del tasso di suicidi tra i teenager è causato da un uso eccessivo di smartphone e dispositivi tecnologici. Ma “il numero – osserva lo psicologo – è in aumento in tutti i gruppi, soprattutto tra le persone di mezza età tra le quali l’attaccamento allo schermo dello smartphone è di gran lunga meno frequente”.

 

Basta guardarlo lo zucchero di canna, così scuro e grezzo, per convincerci che sia più puro, naturale e privo di sofisticazioni. Ma è davvero migliore rispetto allo zucchero bianco? Non proprio, anzi a volte può anche essere peggiore. E su questo ormai concordano nutrizionisti e medici, secondo cui si tratta solo di uno dei tanti falsi miti alimentari. Ma vediamo perché.

Qual è la differenza

Quali sono le differenze tra i due tipi di zucchero? Il saccarosio – quello che utilizziamo comunemente in cucina – viene estratto dalla canna da zucchero, ma più di frequente dalla barbabietola, coltivata principalmente in Europa e negli Stati Uniti. Il succo estratto dalla barbabietola viene sottoposto a concentrazione, cristallizzazione per evaporazione tramite cottura e centrifugazione utile per separare lo zucchero grezzo, questo passerà poi ai successivi trattamenti di raffinazione.

Proprio come avviene con lo zucchero bianco, anche quello di canna è un prodotto sottoposto a lavorazioni industriali che lo sbiancano, rendono omogenei e piacevoli alla vista i granelli e ne adattano il gusto alle esigenze dei consumatori. Una leggera differenza che lo contraddistingue da quello bianco è che, oltre al saccarosio, vi è una piccola percentuale di melassa (la parte più ricca di nutrienti della canna da zucchero, considerata invece lo scarto nella produzione del dolcificante) che gli fornisce un sapore più caratteristico.

Quanto al colore, non bisogna cadere nell’inganno: il più delle volte, si legge sul sito GreenMe, i produttori aggiungono, per renderlo più deciso, un colorante color caramello (sigla E150). È facile intuire quindi che questo zucchero è uguale se non peggiore di quello bianco.

Quale zucchero scegliere?

Quale scegliere allora? Dipende da cosa stiamo cercando. Calorie, indice glicemico e impatto sull’organismo sono equivalenti. Tra lo zucchero bianco e quello integrale c’è una terza via: quello di canna integrale che ha subito meno manipolazioni e contiene una percentuale maggiore di  vitamine e sali minerali proprio grazie a quelle “impurità” presenti.  Tuttavia, “non è vero che il valore calorico e le caratteristiche nutritive dello zucchero grezzo siano diverse da quelle dello zucchero bianco”; spiega sul sito Alimenti e sicurezza la dottoressa Elga Baviera. “Lo zucchero grezzo è semplicemente uno zucchero non totalmente raffinato: le differenze di colore e sapore dipendono dalla presenza di piccole quantità di residui vegetali (melassa) che non vantano particolari significati nutrizionali”. 

Il primo ministro britannico Theresa May ha un piano per finanziare lo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale da usare nella ricerca contro il cancro e nella medicina, in particolare nella diagnosi precoce.

Il progetto intende ridurre il numero dei decessi dovuti ad una diagnosi tardiva, e stima di poter diagnosticare precocemente i tumori alla prostata, alle ovaie, ai polmoni e all’intestino per 50mila persone annualmente, arrivando a salvare 22mila vite all’anno entro il 2033, secondo quanto riportato nel comunicato dello stesso governo.

Servizio sanitario e privati

In questo schema, May vuole far lavorare assieme le aziende tecnologiche e il servizio sanitario nazionale britannico (National Health Service, NHS) per sviluppare algoritmi che usino i dati dei pazienti al fine di allertare il medico curante quando sia consigliabile prescrivere una visita specialistica di controllo, riferisce il Guardian.

Infatti, per formulare queste indicazioni, il servizio sanitario nazionale metterà assieme cartelle e dati clinici sui pazienti con informazioni sulle loro abitudini e genetica, sottoponendo le informazioni raccolte ad alcune aziende tecnologiche specializzate in AI.

Una decisione che solleva dubbi su come verranno condivisi e utilizzati i dati, e sul ruolo giocato dal settore privato. Una delle ipotesi è che le aziende commerciali che parteciperanno al programma possano accedere ai dati sanitari per trarne profitto. Anche perché l’NHS ha messo assieme una grande quantità di informazioni sensibili e ambite che fanno gola a molte imprese. E le modalità di questa condivisione non sono note, né sono state espresse preoccupazioni al riguardo, al di là di un vago progetto su un comitato etico illustrato a gennaio da May.  Ma già un accordo fra la società specializzata in AI DeepMind – di proprietà di Google – e il Royal Free Hospital, un grosso ospedale di Londra, che consentiva la condivisione di 1,6 milioni di dati clinici sui pazienti senza il loro consenso era stato bocciato dall’autorità per la protezione dei dati britannica.

Gli investimenti sulla AI

Ad aprile la Gran Bretagna aveva annunciato un piano di investimento ad hoc nell’intelligenza artificiale da 1,1 miliardi di euro, attraverso una collaborazione con aziende tech americane, telco europee, venture capital giapponese, che prevedeva anche il finanziamento di un migliaio di nuovi dottorati di ricerca nel settore e un centro per studi sull’etica e la sicurezza del machine learming.

L’annuncio seguiva quello della Commissione europea, che a sua volta aveva comunicato di aumentare a 1,5 miliardi di euro la spesa in ricerca sulla AI nel 2018-2020, con l’obiettivo di arrivare a 20 miliardi di euro di investimenti complessivi pubblico-privati nell’area nel 2020. Mentre a marzo il presidente francese Emmanuel Macron aveva delineato in un discorso la nuova strategia nazionale per l’AI del Paese, che comprende 1,5 miliardi di euro da spendere nei prossimi cinque anni per sostenere la ricerca nel campo, promuovere startup e raccogliere dati utili.

Compie 40 anni la legge 194, che ha legalizzato l'interruzione volontaria di gravidanza in Italia, sottraendo decine di migliaia di donne, spesso minorenni, alla tragedia delle mammane e dell'aborto clandestino. Era il 22 maggio 1978 quando la legge fu approvata, dopo anni di battaglie soprattutto da parte dei Radicali, per poi venire definitivamente confermata dal fallimento del referendum abrogativo del 1981.

Com'è la situazione oggi, al di là delle inevitabili polemiche a corollario del quarantennale (con tanto di marce e manifesti da parte dei numerosi gruppi antiabortisti)? Due dati su tutti: gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza (Igv) sono calati drasticamente dal 1982, anno del picco massimo, a oggi. Nell'82 infatti si registrarono qualcosa come 234.801 aborti volontari, mentre nel 2016, ultimi dati disponibili forniti dal ministero della Salute, gli interventi sono stati 84.926.

L'altra faccia della medaglia è che sono cresciuti enormemente gli obiettori di coscienza: oggi i ginecologi che si rifiutano di praticare interruzioni di gravidanza sono addirittura il 70,9%. Nel 2005 erano il 58%. Il che significa, numeri alla mano, che solo tre ginecologi su 10 sono disponibili. Va leggermente meglio tra gli anestesisti, dove "solo" il 48,8% fa obiezione. Dati eloquenti, che si riflettono, seppure in misura minore, sul numero delle strutture che praticano gli interventi, che sono il 60% del totale (in lieve crescita sull'anno precedente).

Nell'ultima relazione al Parlamento sull'Igv il ministro Lorenzin ha comunque rassicurato che questi numeri non inficiano comunque il diritto di una donna ad abortire secondo la legge, dal momento che il calo dei medici disponibili è direttamente proporzionale al calo degli aborti: "Per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore – sottolineava Lorenzin – pur in presenza di casi che si discostano dalla media, non emergono particolari criticità nei servizi di Ivg. In particolare, si osserva che le IVG vengono effettuate nel 60.4% delle strutture disponibili, con una copertura adeguata, tranne che in Campania e P.A. Bolzano (dati 2016)". Mentre "valutando le Ivg settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, considerando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua 1.6 a settimana".

Sempre meno italiane e più straniere

L'identikit delle donne che compiono la scelta drammatica di abortire descrive il cambiamento della nostra società: calano le italiane (per la prima volta nel 2016 il numero di Ivg è sceso al di sotto di 60.000), rimangono elevati i dati sulle donne di origine straniera (che rappresentano oltre il 30% degli aborti totali). In questi 40 anni è cambiata anche l'età media: nel calo generale è leggermente aumentato nel 2016 il tasso di abortività nelle donne dai 35 anni in su, e in generale la fascia con più Igv in percentuale è quella di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Ma negli anni è aumentato anche il numero delle 15-16enni, parallelamente all'abbassamento progressivo dell'età media per i primi rapporti (sono stati 2.596 gli interventi nel 2016, il 3% del totale, comunque un dato molto minore alla media europea). 

Per quanto riguarda lo status, nel 2016 il 46.5% delle donne italiane che hanno abortito era in possesso di licenza media superiore, mentre il 45.9% delle straniere aveva la licenza media. Il 47.4% delle italiane risultava occupata (in aumento rispetto al 2015, quando le occupate erano il 42.9%), mentre per le straniere la percentuale delle occupate è del 39.2%. Per le italiane la percentuale delle nubili (57.8%) è in aumento e superiore a quella delle coniugate (35.6%), mentre nelle straniere le percentuali sono molto più simili (46.8% le coniugate, 47.3% le nubili). Il 43.9% delle donne italiane che ha eseguito una IVG non aveva figli. 

Aborto e cambiamenti nel costume

In generale, tra luci e ombre, i dati dicono che l'aborto volontario, dopo una prima fase iniziale, è costantemente diminuito, anche secondo l'analisi generazionale, e non è mai stato un mezzo di controllo delle nascite. La separazione sempre più netta fra sessualità e procreazione aumenta il tempo che intercorre fra l'inizio della attività sessuale e la nascita del primo figlio: è questo un periodo in cui le gravidanze sono spesso indesiderate. Anche se i tassi di abortività delle giovanissime (tra i 15 e i 20 anni) delle generazioni più recenti mostrano un andamento diverso rispetto a quello di altre fasce d'età: pur restando fra i valori più bassi dei Paesi occidentali, hanno avuto negli ultimi anni prima un aumento, seguito da una stabilizzazione e poi da una diminuzione, quest'ultima meno evidente nelle 15-16enni. Ciò potrebbe essere legato alla tendenza all'aumento nelle giovanissime del numero dei partner, che si ridimensiona con l'età, e all'inizio sempre più precoce dei rapporti sessuali. 

Al tempo stesso, tuttavia, si osserva in Italia, in questa fascia di età, una minore diffusione della contraccezione ormonale, rispetto ad altri Paesi europei con cui siamo soliti confrontarci (Svezia, Gran Bretagna, Francia), dove a un utilizzo nettamente maggiore della pillola contraccettiva corrisponde tuttavia un altrettanto maggiore tasso di abortività; dati recenti sulla contraccezione mostrano tra i giovani (15-24enni di entrambi i sessi) una diffusione sempre maggiore del profilattico, che ha la duplice funzione di minimizzare il rischio di gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili.

Il legame con l'istruzione

Rispetto agli altri Paesi europei siamo ancora distanti dalla diffusione più massiccia della pillola contraccettiva, notoriamente più efficace del profilattico. Nonostante ciò fra le giovani italiane si osserva una percentuale bassa di gravidanze e una bassa abortività. Questo può essere parzialmente spiegato, sostiene il ministero della Salute nell'ultima relazione, dal fatto che i nostri giovani, rispetto ai paesi Nord Europei, restano più a lungo in famiglia, trovandosi a gestire anni di attività sessuale (non solo in età adolescenziale) continuando a vivere con i propri genitori. Questo fa sì che la frequenza dei rapporti sessuali e il numero dei partner, seppur in aumento rispetto alle generazioni precedenti, siano comunque inferiori rispetto ai coetanei di altri Paesi europei.

Infine, il livello di istruzione è risultato fortemente associato al ricorso all'IVG: donne con titolo di studio più basso presentano valori di abortività più elevati in tutte le generazioni. L'empowerment delle donne rappresenta quindi uno strumento efficace per indirizzare le loro scelte riproduttive in maniera più consapevole. 

L’età non è uguale per tutti: c’è chi è fisicamente anziano a 40 anni e chi si mantiene molto giovane a 80. Dipende tutto dai fuochi che abbiamo nel nostro corpo: le infiammazioni che possiamo sedare o attizzare a seconda di quello che mangiamo e dallo stile di vita che conduciamo.

E’ la tesi del libro di Eliana Liotta “L’età non è uguale per tutti”, appena uscito per “La nave di Teseo”. Il saggio, scritto in collaborazione con l’immunologo Alberto Mantovani e i ricercatori dell’ospedale universitario Humanitas, spiega come curare se stessi e restare giovani più a lungo possibile in base agli studi scientifici più attendibili.

Cos’è l’inflammaging

Gli studiosi – neuroscienziati, dermatologi, gastroenterologi e nutrizionisti – non negano che alla base di tutto ci siano delle predisposizioni genetiche o che alcune patologie possano essere influenzate dall’ambiente in cui si vive, ma molto si può fare per stare bene. La ricetta sulla carta è semplice: alimentazione sana (o smart, come viene definita), movimento e approccio positivo. Sono queste le basi dell’inflammaging: la teoria più nuova e accreditata sull’invecchiamento. “I processi infiammatori”, spiega Liotta in un’intervista al Corriere della Sera, “sono il nemico numero uno della sana longevità. Un dolore, un rossore, un prurito segnalano qualcosa che non va. Quando i globuli accendono la spia d’allarme, bisogna spegnere i fuochi. Neutralizzare gli alieni dello stomaco o dell’intestino”.

I consigli degli esperti

Come? Controllando “i grassi ad esempio. Se la ciccia è troppa, per esempio, si disorientano le difese del corpo”. Gli alleati sono i cibi anti-infiammatori, come:

  • Pomodori
  • Mandorle
  • Cicoria
  • Salmone

“L’elenco è lungo. Aiutano, senza fare miracoli.  Serve un allenamento costante alla dieta intelligente. Quella mediterranea. Bisogna alimentare e disintossicare”.

Anche lo sport è un farmaco. I muscoli andrebbero allenati ogni giorno: i pensieri positivi vengono agevolati dal movimento e i grandi longevi non sono sedentari. Qualche esempio? Indro Montanelli, ma anche i filosofi dell’antica Grecia e Ippocrate.

In ultimo, non bisogna dimenticare il riposo “che aiuta il cervello a ripulire la spazzatura chimica accumulate durante il giorno”.  

"La mia vita era buia, come il colore nero. È una malattia che, specialmente da piccola, ti limita tanto. Avevo attacchi febbrili anche due volte a settimana, spesso accompagnati da forti dolori. Non potevo uscire a giocare con gli amici. Avevo difficoltà a frequentare regolarmente la scuola. Non ho avuto, di fatto, un'infanzia. La malattia non mi ha fatto avere la spensieratezza tipica della mia età. Non mi sono potuta costruire quelle amicizie che invece le mie coetanee stavano coltivando".

A parlare è Chiara che oggi, a 19 anni, racconta il suo calvario con la "febbre mediterranea", una delle tre malattie rare per la quale, il team di esperti del Bambin Gesù di Roma, ha trovato una cura. Oggi Chiara conduce una vita normale. Ma non è stato sempre così.

Chiara è affetta da febbre mediterranea familiare e fa parte di quel 5-10% che non risponde alla cura con colchicina. Ha partecipato alla sperimentazione clinica e fin dalla prima iniezione di canakinumab (nuovo farmaco sperimentato dal team di esperti di italiani) ha visto cessare gli attacchi febbrili. Per mesi interi. "Oggi, dopo tanto tempo – racconta – vedo finalmente la mia vita come il colore verde". Quello della speranza. "Adesso ho una vita sociale – spiega – faccio sport e studio Legge all'università, frequentando regolarmente le lezioni. Una cosa per me impensabile fino a poco tempo fa. Posso dire di aver ricominciato da zero. Mi sto piano piano costruendo tutte quelle cose che da piccola non ho potuto coltivare".

Cos'è la febbre mediterranea

La febbre mediterranea familiare o FMF, come suggerisce il nome, è una malattia più comune nel bacino mediterraneo e, soprattutto, nei Paesi del Medio Oriente e nella parte più orientale della Turchia. Si è diffusa anche in Grecia e in Sud Italia a causa di correnti migratorie e fenomeni di colonizzazione (per esempio la Magna Grecia) negli scorsi millenni. Si ritiene, spiega una nota dell'ospedale Bambino Gesù, che essere portatori sani di mutazioni nel gene della FMF, che codifica per la proteina chiamata pirina, conferisca protezione dalla infezione da Yersinia pestis, il bacillo che causa la peste.

Il meccanismo molecolare della interazione fra alcune tossine del batterio e la risposta infiammatoria è stato identificato recentemente. Un'osservazione storica a favore del ruolo dei portatori sani di mutazione della pirina è rappresentata dal fatto che negli ultimi millenni le epidemie di peste sono state assenti o molto limitate in Turchia e nei Paesi mediorientali. Al contrario, nel Nord Italia e in Europa continentale, zone in cui la frequenza di portatori di FMF è bassissima, le epidemie hanno falcidiato nei secoli centinaia di migliaia di persone. 

Un successo italiano

Un team di esperti italiani dell'ospedale capitolino ha scoperto la cura per questa malattia e altre due patologie rare autoinfiammatorie (il deficit di mevalonato chinasi – MKD – e la sindrome periodica associata al recettore 1 del fattore di necrosi tumorale – TRAPS): un nuovo farmaco efficace per un gruppo di malattie recentemente scoperte e caratterizzate da episodi ricorrenti di febbre e di infiammazione. La sua efficacia è stata valutata all'interno di una sperimentazione clinica a livello mondiale coordinata dai medici della Reumatologia della struttura. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica The New England Journal of Medicine. Tutte e tre sono malattie genetiche, causate dalle mutazioni di tre geni coinvolti nella risposta infiammatoria.

I bambini e gli adulti colpiti da queste patologie, presentano episodi febbrili ricorrenti con una frequenza che varia da una volta ogni 15 giorni a una ogni qualche mese. La durata di questi episodi è variabile da una malattia all'altra: si va dai 2-4 giorni nella FMF fino a diverse settimane nella TRAPS. Assieme alla febbre questi pazienti possono avere artrite, pleurite, pericardite, peritonite e rash cutanei. La qualità di vita è seriamente compromessa. Nel lungo termine sono a rischio di sviluppare amiloidosi secondaria, che porta a insufficienza renale, quindi alla dialisi e, in fine, al trapianto di rene.

Un'unica sperimentazione per tre patologie

Qualche anno fa era stato scoperto nel meccanismo delle 3 malattie il ruolo centrale di una specifica molecola dell'infiammazione, l'interleuchina 1, che viene prodotta in eccesso in conseguenza delle mutazioni genetiche. "Da questo dato ottenuto in laboratorio e trasportato al letto dei pazienti è stato disegnato il trial clinico che, in maniera assolutamente innovativa – spiega il dottor Fabrizio De Benedetti, responsabile di reumatologia dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e coordinatore mondiale del trial clinico – ha messo insieme le tre malattie in un'unica sperimentazione costruita su misura. Le conoscenze dei meccanismi molecolari delle malattie permettono infatti oggi di disegnare approcci innovativi basati, non tanto sulla diagnosi di ogni malattia, ma piuttosto sul meccanismo molecolare, Il target, che si vuole specificatamente colpire".

I ricercatori hanno usato un anticorpo specifico, che agisce in maniera mirata, bloccando l'attività biologica dell'interleuchina 1 (nome scientifico canakinumab). I pazienti inclusi nel trial sono 181, provenienti da 59 istituti di 15 Paesi.

"Nel campo delle malattie genetiche, che hanno esordio in età pediatrica, studiare i bambini permette di acquisire informazioni utili anche nel trattamento dell'adulto – aggiunge De Benedetti – Se è vero che i bambini non sono piccoli adulti, è vero però che gli adulti sono grandi bambini". I risultati hanno dimostrato una straordinaria efficacia in tutte e tre le malattie con la pressoché totale scomparsa degli episodi febbrili, migliorando decisamente la qualità della vita dei pazienti.

I pazienti con FMF sono passati da una media di 20/25 episodi febbrili all'anno a 1 e mezzo, quelli con MKD da 15 a 1 mentre i pazienti con TRAPS da 10 a 1. "Per la FMF esiste una terapia, la colchicina, ma il 5%-10% dei pazienti non risponde a questo trattamento. Per la TRAPS e la MKD invece non esisteva un trattamento efficace – spiega il dottor Fabrizio De Benedetti – Per questo motivo era essenziale trovare una nuova modalità di trattamento per queste tre malattia orfane. I risultati dello studio, in termini di efficacia e di sicurezza del farmaco hanno permesso di ottenere la sua autorizzazione sia dall'EMA (Agenzia Europea del Farmaco), sia dall'FDA (Food and Drug Administration). Il farmaco dovrebbe essere presto disponibile anche in Italia". 

Grazie a una ricerca condotta presso la sede di Roma dell'Università Cattolica e della Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli – IRCCS in collaborazione con la Hebrew University di Gerusalemme è stata messa a punto una 'macchina mappa grassi', che consente di vedere come i lipidi si formano (a partire dai cibi consumati), si immagazzinano nel corpo o vengono bruciati da esso per trarne energia. La metodica, basata su una sonda fluorescente che 'illumina' le particelle di grasso (goccioline lipidiche) dentro le cellule potrebbe essere usata sia a scopo diagnostico sia per testare nuovi farmaci contro l'obesità.

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Pubblicata sulla rivista "BBA Molecular and Cell Biology of Lipids", la ricerca è stata condotta presso l'istituto di Fisica della facoltà di Medicina e chirurgia della Cattolica, dal professor Giuseppe Maulucci, dal professor Marco De Spirito e dal dottor Flavio di Giacinto. "L'analisi – afferma Maulucci – è già 'traslabile' in clinica per analisi di biopsie (utili per monitorare l'effetto di terapie e diete personalizzate in presenza di stati patologici o terapie per contrastare l'obesità, e per verificare selettivamente l'accumulo tossico di lipidi in tessuti non adiposi in stati patologici), mentre per arrivare all'applicazione diretta sui pazienti servirà ancora qualche anno".

"Gli organismi immagazzinano i grassi assunti con l'alimentazione sotto forma di goccioline lipidiche che vengono poi utilizzate in risposta a richieste energetiche (per esempio durante il digiuno) tramite l'attivazione di un complesso sistema di reazioni chimiche che ne consentono la regolazione", spiega Maulucci. "Finora questo processo è stato descritto solo attraverso tecniche distruttive e non è mai stato visualizzato in tempo reale".

La metodica messa a punto ("imaging spettrale confocale della micropolarità intracellulare"), costituita da un sistema microscopico ad alta risoluzione spaziale e temporale, consente di visualizzare e quantificare l'immagazzinamento e l'utilizzo dei grassi senza la necessità di distruggere le cellule e senza introdurre artefatti di preparazione del campione con promettenti applicazioni in vivo.

Basata su una sonda fluorescente che colora e illumina il grasso presente nelle cellule, la metodica svela anche se e quanto i lipidi vengono immagazzinati, oppure utilizzati in risposta a stimoli nutrizionali e ambientali. Inoltre, è in grado di rilevare gli squilibri tra la conservazione dei lipidi e l'uso, che può portare a disturbi metabolici all'interno delle cellule viventi e degli organismi. "Con essa si può vedere tutto il processo di formazione del deposito di grasso – aggiunge il professor Maulucci – dall'ingresso nella cellula, alla formazione dei depositi, fino alla distribuzione e al numero di goccioline presenti. Inoltre può vedere dove e come si interrompe o si amplifica questo processo, e se si formano depositi anomali e tossici per le cellule. Da un punto di vista generale, si può anche vedere se si formano depositi di grasso in altri organi oltre al tessuto adiposo".

Il processo si può studiare in tutte le condizioni che si desiderano. "Quindi al variare di qualità e quantità di nutrienti, quando questi sono accoppiati alla somministrazione di farmaci". Le potenziali applicazioni cliniche sono enormi: qualsiasi squilibrio tra lo stoccaggio dei grassi e il loro uso porta a disturbi di accumulo: un eccesso di accumulo lipidico dovuto a una dieta ad alto contenuto calorico può portare a obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2, dislipidemia (per esempio colesterolo alto) e steatosi epatica non alcolica (fegato grasso).

Al contrario, malattie come lipodistrofia e cachessia sono associate a un basso livello anormale di grasso corporeo. La comprensione dei meccanismi di immagazzinamento e la loro osservazione in tempo reale consentono di comprendere come gli alimenti, selettivamente o in compresenza a farmaci o stati patologici, stimolano o riducono la formazione di grassi. "Questo può portare alla formulazione di diete personalizzate in assenza o in presenza di stati patologici o terapie, al fine di contrastare l'obesità", Maulucci. Inoltre l'utilizzo di questa metodica può portare allo sviluppo di farmaci che possono contrastare l'accumulo tossico di un eccesso di lipidi.

C'è un nuovo possibile bersaglio che può essere utilizzato per combattere il comune raffreddore. Anziché attaccare il virus, che assume centinaia di versioni, un gruppo di ricercatori dell'Imperial College London è convinto che si possa puntare sull'ospite umano. In uno studio, pubblicato sulla rivista Nature Chemistry, i ricercatori hanno scoperto che c'è una proteina chiave nelle cellule dell'organismo che i virus del raffreddore "dirottano" normalmente per auto-replicarsi e diffondersi.

Se bloccata tempestivamente, potrebbe fermare qualsiasi virus del raffreddore. Gli studiosi lo hanno dimostrato in test di laboratorio. Entro due anni potrebbero iniziare i test di sicurezza sugli esseri umani. In particolare, i ricercatori stanno lavorando per creare una farmaco che puo' essere inalato, in modo da ridurre eventuali effetti collaterali. In laboratorio, ha funzionato dopo pochi minuti dall'applicazione sulle cellule polmonari umane. Il farmaco ha agito sulla proteina chiamata NMT. "L'idea è di darlo a qualcuno quando viene infettato per la prima volta e impedirebbe al virus di replicarsi e diffondersi", ha detto Ed Tate, uno degli autori dello studio, secondo il quale anche nei casi in cui il raffreddore abbiamo preso piede, il farmaco "potrebbe ancora aiutare a ridurre i sintomi", ha detto. 

Dan Reynolds, leader della band indie-rock Imagine Dragons, è malato. Lo ha confessato in un’intervista esclusiva al Corriere della Sera raccontando i dolori che la spondilite anchilosante, una malattia reumatica che spesso colpisce in giovane età, gli ha causato negli ultimi dieci anni tra concerti, registrazioni e vita privata. Rispondendo alle domande di Vera Martinella, il trentenne cantante americano ha spiegato perché ha deciso di rendere nota la sua condizione: “La mia band stava iniziando a guadagnare la prima popolarità, quando poco più che 20enne mi hanno detto che soffrivo di spondilite anchilosante. Ma prima di arrivare a capire qual era il mio problema ho sofferto dolori tremendi, forti mal di schiena e, di conseguenza, un grande stress psicologico”.

La spondilite è una malattia rara e difficile da diagnosticare che spesso viene scoperta dopo anni. Il motivo è semplice: i ragazzi colpiti non pensano di aver contratto qualcosa di serio e ignorano il dolore fino a quando non diventa più tollerabile: “Solitamente prima di parlare con un genitore o un medico passa un sacco di tempo. Io non facevo eccezione: dall’alto del mio metro e 98 di altezza, sopportavo in silenzio”. 

Una malattia da far conoscere

Reynolds, al Corriere, ha raccontato come anche i fratelli soffrissero della stessa patologia e come, nonostante la vicinanza di questi esempi, non sia riuscito ad accettare che nel proprio corpo c’era qualcosa che non funzionava correttamente. Fino a quando non è lo stesso organismo ad arrendersi: “Sono arrivato al punto di non riuscire a muovermi, di dover annullare i concerti”.

Parlarne, allora, diventa un modo per combattere la solitudine di chi, come lui, potrebbe esserne afflitto e aumentare la consapevolezza di quanto sia pericoloso non parlarne con nessuno. Sfruttare la notorietà è il modo più efficace per fare informazione e raccontare a una vasta platea di persone le implicazioni di un male quasi sconosciuto. Per questo il cantante degli Imagine Dragons ha iniziato anche una collaborazione con la casa farmaceutica Novartis e con l’associazione americana che si occupa della spondilite anchilosante per creare delle tavole rotonde interattive destinate ai malati e per far capire loro che con i giusti accorgimenti si può condurre un’esistenza assolutamente normale: “Attività sportiva, vita lavorativa, famiglia, spostamenti continui, concerti faticosi, video: ora posso fare tutto. Mi aiutano una vita sana, yoga e stretching. E il reumatologo che, facendomi la diagnosi e prescrivendomi la corretta terapia, mi ha salvato".

Cos’è la Spondilite

Sul sito della Fondazione Veronesi, la Spondilite Anchilosante è descritta come una malattia infiammatoria cronica sistemica che colpisce primariamente lo scheletro assiale, colonna cervicale, dorsale, lombare e articolazioni sacro-iliache, le articolazioni periferiche, per esempio l’anca e la spalla, conducendo alla fibrosi progressiva e ossificazione delle strutture coinvolte. La malattia ha una maggiore incidenza negli uomini, con un picco di esordio registrato intorno ai 26 anni. La spondilite anchilosante presenta una significativa aggregazione familiare e ci sarebbe quindi un terreno genetico di partenza sul quale agirebbe un fattore ambientale, probabilmente infettivo, che sarebbe responsabile dell’innesco del processo infiammatorio.

 

Nelle scuole americane, soprattutto quelle frequentate dalle classi più ricche, gli studenti lo fanno già da un po': non appena il professore si gira, afferrano la loro sigaretta, aspirano ed espirano negli zaini. E il docente non se ne accorge nemmeno.

Non si tratta di distrazione né di sottomissione dell’insegnante: i ragazzi fumano di nascosto grazie a una nuova sigaretta elettrica che ha l’aspetto di una chiavetta USB e che emette una nuvola di vapore talmente piccola da dissolversi subito. Il suo nome è Juul e sta spopolando soprattutto tra i giovani più benestanti che però, troppo spesso, ne ignorano però i rischi per la salute.

E a questo punto, bisogna fare una precisazione: quando utilizzano la nuova sigaretta, i ragazzi né fumano né svapano: fanno “juuling”. Non c’è ancora un termine italiano perché per ora – e gli esperti si augurano che resti così – questa sigaretta elettronica non è ancora sbarcata in Europa e in Italia, dove non sono stati registrati episodi di juuling in classe.

La si può acquistare online  da siti americani che effettuano spedizioni nel nostro Paese, ma quello è un altro conto. Resta poi il secco divieto per studenti e insegnanti all’utilizzo delle sigarette elettroniche a scuola, in classe o all’aperto. Ma sarebbe davvero un male così grande? Sì, e questi sono i motivi.

Com’è fatta e cosa contiene

La sigaretta prodotta dalla Juul Lab è lunga appena 9 cm e largo 1,5 cm. Ha praticamente le dimensioni di una lunga chiavetta USB e ha quasi lo stesso peso. Le ricariche contenute nel kit prevedono 4 gusti diversi che possono essere facilmente inseriti nel dispositivo: menta glaciale, mix frutta, creme brulee​, tabacco virginia

Il prezzo dell’intero kit è di circa 42 euro (49,90 dollari) mentre una cartuccia, che contiene 0,7 ml di liquido, costa introno ai 12 euro (15 dollari).

La differenza con le sigarette elettroniche

A differenza dei classici e-liquid, i pod (così si chiamano le cartucce di ricarica ) contengono "sali di nicotina” e altri componenti organici, ma l'ingrediente chiave è l'acido benzoico. Come si comporta l'acido? In un e-liquid (le sigarette elettroniche) agisce sul suo Ph, lo abbassa, e rende la soluzione molto più morbida da inalare pur avendo un elevato contenuto in nicotina. Ciò vuol dire che in questo modo è possibile ottenere più nicotina che molto velocemente arriverà nel sangue.

E la nicotina, ricorda il New Yorker, è una sostanza potentissima con poteri sia calmanti che eccitanti. Lo fa aumentando i livelli di dopamina e imitando il ruolo di un neurotrasmettitore. E più giovane è il cervello, maggiore è il grado di manipolazione. Il risultato è talmente piacevole che le persone fumano pur conoscendo i rischi del cancro. Ma se i pericoli del fumo sono ben noti, lo stesso non si può dire per il juuling.

Dannosa come un pacchetto di sigarette

“Siccome si parla di ‘juuling’ e non di fumare, alcuni studenti potrebbero pensare che sia innocuo”, ha spiegato a Epoch Times Pamela Ling, professoressa alla University of California-San Francisco School of Medicine. E “forse – precisa – non sanno nemmeno che contiene nicotina”. In realtà ne contiene parecchia: secondo quando riporta il sito web dei produttori, una cartuccia offre circa duecento boccate, ossia la stessa quantità di nicotina contenuta in un pacchetto di sigarette.

Supponendo che un adolescente fumi un pod alla settimana, “in cinque settimane, è come se avesse fumato cento sigarette”, chiarisce la professoressa Ling: “A quel punto, sei considerato un fumatore accanito”. Come lei la pensano anche i presidi delle scuole coinvolte che ammoniscono la Food and Drug Administration per “non essere ancora intervenuta per proteggere i bambini da Juul e altre sigarette elettroniche”.

La lotta allo juuling

Per combattere la diffusione delle e-sigarette, nel 2016, la California ha portato da 18 a 21 anni l’età minima per acquistare prodotti del tabacco, comprese le sigarette elettroniche. Alcune scuole hanno addirittura bandito le chiavette Usb, per evitare di confonderle con i Juul.

Mentre altre hanno rimosso le porte d’ingresso principali dai bagni degli studenti per dissuaderli dallo svaporararci dentro. Tutto inutile: i ragazzi statunitensi continuano a fumare in classe, nei corridoi, nei servizi igienici e negli eventi scolastici sportivi.

Cosa sta facendo la Juul

Nonostante la Juul Labs affermi che il proprio dispositivo è destinato esclusivamente a utenti adulti, dall’aroma alle cover fino alla forma di chiavetta di Usb, tutto è stato pensato per attrarre i più giovani. Intanto la società si è offerta di aiutare le scuole attraverso un percorso che punti a educare i giovani sulla dipendenza da Juul e nicotina. Anche sul sito la Juul Labs prende le distanze dai consumatori minorenni: solo chi ha compiuto 21 anni può fare acquisti online.

E anche se per esplorare il sito basta cliccare su una casella in cui si dichiara di essere maggiorenni, per acquistare si deve creare un profilo in cui le informazioni dei clienti vengono verificate consultando diversi database, e, in caso di esito negativo, i clienti devono caricare la copia scannerizzata di un documento d’identità munito foto. Tuttavia, ha ammesso la portavoce, Christine Castro, controllare le vendite su siti di terze parti, come eBay o Craigslist, è più difficoltoso.

Cosa ne pensano i giovani

Secondo la giornalista del New Yorker, Jia Tolentino, fumare una Juul e pubblicare una foto su Instagram vanno di pari passo. Sono le due facce del piacere contemporaneo provato dai più giovani. Entrambe forniscono degli stimoli e possono essere compiute in brevissimo tempo. L’onnipresenza delle Juul sui social media, poi, ha senza dubbio amplificato la sua fama.

I teenager tendono a pensare e a comportarsi come i loro coetanei, allineando anche i gusti. Ed è qui che si ferma la legge: l’FDA può controllare le pubblicità ma non quello che attraverso i social i giovani consigliano o sponsorizzano – gratis e in modo indiretto – ai coetanei.

“Se sei cool, allora fumi una Juul con le altre persone e lo pubblichi sui social, affinché tutti possano vedere quanto tu sia ironica e divertente”, ha spiegato una ragazza a Tolentino. E sebbene ufficialmente le sigarette a forma di chiavetta Usb siano destinate ai maggiorenni, la percezione dei minorenni la dice lunga su chi siano i veri destinatari: “Mi fa uno strano effetto vedere un adulto con una Juul. E’ come vedere mia nonna parlare con Alexa”. Per Jonathan Winickoff, ex direttore dell’American Academy of Pediatrics Tobacco Consortium, Juul è un “immenso disastro che senza un’azione immediata avrà conseguenze catastrofiche”.

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