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(AGI) – Roma, 3 giu. – Ricercatori dell’Universita’ Cattolica
di Roma hanno scoperto che una molecola, l’ossido di azoto
(NO), aiuta il cancro del colon a crescere. Gli scienziati
hanno osservato che le cellule staminali malate presenti in
sede (da cui origina il tumore) producono ossido di azoto in
elevatissima quantita’ e che questo favorisce la progressione
della malattia. Inoltre esperimenti in vitro e in vivo hanno
dimostrato che interrompendo la produzione di NO si arresta la
progressione del cancro. I risultati dello studio sono stati
pubblicato sul The Journal of Pathology.L’ossido d’azoto (NO)
e’ un radicale libero che regola numerosi processi fisiologici
e patologici. In particolare, l’NO prodotto dall’enzima “iNOS”
e’ un importante mediatore dell’infiammazione e, a
concentrazioni costantemente elevate, favorisce la
trasformazione neoplastica, ovvero la trasformazione delle
cellule sane in cellule malate. Questo e’ uno dei motivi per
cui patologie infiammatorie croniche aumentano il rischio di
sviluppare tumori. Fino ad oggi, si riteneva che i macrofagi,
presenti nei siti infiammatori, fossero la principale fonte di
NO citotossico. “In questo studio, abbiamo dimostrato per la
prima volta che le cellule staminali tumorali del cancro del
colon sono in grado di produrre autonomamente elevati livelli
di ossido d’azoto, tramite l’attivita’ del loro enzima iNOS
endogeno, e che tali cellule dipendono proprio dall’NO per la
loro crescita e le loro proprieta’ tumori geniche, ha detto
Maria Ausiliatrice Puglisi, una delle autrici dello studio.
“Inoltre, abbiamo osservato che bloccando la produzione
endogena di NO nelle cellule staminali tumorali, tali cellule
perdono completamente le loro tipiche caratteristiche
tumorigeniche e di staminalita’”.

(AGI) – Como, 3 giu. – La depressione maggiore e il disturbo
bipolare sono causate da alterazioni degli equilibri lipidici
della membrana cellulare dei neuroni: e’ la tesi, affascinante,
al centro di una ricerca di tre scienziati – Massimo Cocchi,
docente di biochimica della nutrizione all’Universita’ di
Bologna e Direttore dell’ Istituto Paolo Sotgiu della Ludes di
Lugano , e Lucio Tonello e Fabio Gabrielli, docenti e
ricercatori presso l’Universita’ Ludes di Lugano – ripresa e
discussa l’altro giorno a Como, in un congresso sulle
neuroscienze aperto dal premio Nobel americano Kary Mullis. La
ricerca dei tre scienziati prende le mosse nel 2005, quando per
la prima volta un gruppo di 144 pazienti affetti da sintomi
clinici di depressione viene analizzato sotto il profilo della
composizione biochimica della membrana neuronale, attraverso
l’analisi delle composizione degli acidi grassi rilevabili
nelle piastrine, che sono considerate in letteratura come “gli
ambasciatori dei neuroni” perche’ ne riflettono in buona parte
le caratteristiche. Successivamente, i rilievi sono stati
confermati da una seconda serie di esperimenti. La diagnosi tra
le diverse sindromi depressive viene effettuata attualmente in
sede clinica, attraverso questionari e dialogo col paziente, ed
ha quindi margini di errore molto ampi, intorno al 60-70%.
Questo comporta gravi conseguenze di tipo terapeutico e pesanti
ricadute nell’ambito della salute pubblica che un approccio
biochimico, attraverso semplici analisi del sangue,
eliminerebbe. Secondo la metodica di Cocchi, Tonello e
Gabrielli, le risultanze delle analisi del sangue relative alla
presenza di tre acidi grassi – il palmitico, linoleico e
arachidonico – possono essere misurate con particolare
efficienza attraverso l’utilizzo di un software analitico, la
SOM (Self Organizing Map), che ha una capacita’ di valutazione
molto piu’ alta di quelle convenzionali. “Questa metodica
dignostica – spiega il professor Cocchi – riesce a valutare la
presenza degli acidi grassi critici nella mebrana cellulare,
che ne determina le viscosita’ e quindi l’ingresso della
serotonina nella cellula”. Si tratta di un sistema di diagnosi
a basso costo – un esame del sangue di questo tipo costa pochi
euro – che gli psichiatri potranno utilizzare al meglio per
diagnosticare la situazione dei loro pazienti e, in futuro,
curarne le sindromi con farmaci mirati e appropriati metodi
nutrizionali e con le giuste integrazioni lipidiche. “Il senso
del congresso di Como”, conclude Cocchi, “e’ stato quello di
riunire i massimi scienziati mondiali del settore per discutere
insieme un protocollo sperimentale che misuri la relazione tra
la composizione della membrana cellulare e i “disordini
dell’umore”.Gli esperimenti continuano, dunque: “E ne sta per
partire uno sugli embrioni di pollo”, racconta Cocchi,
“partendo dal dato che senza un 1% di acido linoleico nel
cervello, la gallina non produce uova. Si tratta di valutare
come la carenza di acido linoleico possa modificare la quota
piccolissima ma indispensabile, che e’ nel cervello di tutti
gli esseri viventi compreso l’uomo. Siamo alle soglie – in
questo connubio tra biochimica matematica e fisica – del
comprendere l’aspetto quantistico del cervello. Come e perche’,
cioe’, la funzionalita’ del cervello sia interpretabile in
chiave quantistica”. “Tutti gli scienziati concordano nel
considerare l’acido linoleico un fattore determinante per la
funzionalita’ cerebrale – conclude il ricercatore – e tutta la
letteratura scientifica dal ’29 ad oggi ha dimostrato che
quest’elemento e’ essenziale per vita, ma nessuno aveva mai
capito, dal 29 ad oggi, perche’ e’ essenziale. Siamo allora
andati a ricostruire le frazioni lipidiche dai batteri alle
piante, all’uomo e ad oggi possiamo ipotizzare che l’acido
linoleico sia una pietra miliare dell’evoluzione”.

(AGI) – Londra, 3 giu. – C’e’ una probabilita’ del 60 per cento
che il nostro spazzolino sia coperto di feci. E se si condivide
il bagno con altre persone, circa l’80 per cento delle feci non
appartiene a noi. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di
una ricerca che ha analizzato la diffusione di coliformi fecali
nei bagni comuni della Quinnipiac University in Connecticut. I
coliformi fecali sono batteri a forma di bastoncello presenti
nelle feci umane e possono raggiunger lo spazzolino da denti
tramite l’aria, quando ad esempio si tira lo sciacquone del
gabinetto. “La preoccupazione principale non e’ la presenza
della propria materia fecale sul proprio spazzolino da denti”,
ha detto Lauren Aber, una studentessa coinvolta nello studio
riportato dal quotidiano britannico Daily Mail. “Ma e’ che il
nostro spazzolino e’ contaminato da materia fecale di qualcun
altro, che contiene batteri, virus e parassiti che non fanno
parte della nostra flora”, ha aggiunto. I potenziali
microrganismi che possono contaminare lo spazzolino includono
batteri enterici e pseudomonadi. Questi possono portare a
diarrea, eruzioni cutanee e infezioni alle orecchie. Nello
studio sono stati analizzati tutti gli spazzolini da denti
delle persone che condividono un bagno, con una media di 9,4
occupanti per bagno. Ebbene, dai risultati e’ emerso che almeno
il 60 per cento degli spazzolini da denti sono stati
contaminati da feci. L’uso di collutori per decontaminare lo
spazzolino non ha fatto alcuna differenza e ne’ tanto meno
l’utilizzo dei “cappucci”. “Usando una copertura dello
spazzolino non lo protegge dalla crescita batterica, ma crea un
ambiente in cui i batteri sono piu’ adatti a crescere perche’
mantiene le setole umide e impedisce loro di asciugarsi”, ha
detto Aber. (AGI)

(AGI) – Washington, 3 giu. – Indossare i tacchi regolarmente
anche solo per tre anni puo’ provocare uno squilibrio dannoso
ai piedi. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio della
Hanseo University in Corea del Sud, pubblicato
sull’International Journal of Clinical Practice. I ricercatori
hanno esaminato l’effetto delle scarpe con i tacchi alti dai 10
centimetri o piu’ su 40 donne che le indossano regolarmente,
almeno tre volte a settimana. In particolare, gli studiosi
hanno misurato la forza delle caviglie delle donne e hanno
scoperto che due dei 4 muscoli principali diventano dominanti
gia’ dopo uno o massimo tre anni. “Questi risultati – hanno
detto i ricercatori – suggeriscono che, in un primo momento, i
tacchi alti possono rinforzare i muscoli della caviglia, ma
l’uso prolungato alla fine provoca uno squilibrio muscolare, un
fattore predittivo cruciale di infortunio della caviglia”. Tra
le conseguenze dell’uso prolungato dei “trampoli”, gli
scienziati hanno annoverato i piedi deformati, mal di schiena e
modelli malsani di camminata. (AGI)

(AGI) – New York, 3 giu. – Meno si dorme e piu’ si mangia. Lo
ha dimostrato uno studio della University of Nebraska (Usa),
pubblicato sul Journal of Health Psychology. Quando si e’
stanchi, vengono colpiti gli ormoni che controllano l’appetito
e cosi’ le persone percepiscono maggiormente la fame. Studi
precedenti hanno gia’ rilevato che, dopo una notte insonne, i
livelli di grelina, il cosiddetto “ormone della fame” che
stimola l’appetito, sono piu’ elevati. Questo coincide con
bassi livelli di leptina che invia segnali al cervello quando
si e’ pieni. Le persone stanche, inoltre, soffrono anche di
maggior stress emotivo e sono piu’ impulsive, e questo le porta
a “consolarsi” con il cibo. Secondo i ricercatori, si potrebbe
mangiare di piu’ anche per compensare la mancanza di energie.
“La comprensione dei meccanismi che legano la carenza di sonno
a una maggiore assunzione di cibo e’ importante per eventuali
interventi di prevenzione e trattamento contro condizioni di
salute croniche, come obesita’, diabete e malattie cardiache”,
hanno concluso i ricercatori. (AGI)

(AGI) – Londra, 1 giu. – E’ l’incubo di ogni paziente
sopravvissuto al cancro: la malattia, a volte, ritorna anche
molti anni dopo dalla presunta guarigione. Questo perche’
alcune cellule malate vanno “in letargo” per proteggersi dalla
chemioterapia per poi “risvegliarsi” anche decenni dopo. A
scoprirlo e’ stato uno studio unico nel suo genere, condotto
dal The Institute of Cancer Research di Londra e pubblicato
sulla rivista Leukemia. I ricercatori hanno analizzato i
campioni di sangue e di midollo osseo di un paziente affetto da
una rara forma di leucemia, prelevati nel corso di 20 anni. In
particolare, sono stati analizzati campioni prelevati dal
paziente al momento della diagnosi quando aveva 4 anni d’eta’,
dopo una ricaduta a 25 anni d’eta’ e poi dopo 22 anni di
remissione. “Il nostro studio mostra una discendenza genetica
comune che collega la leucemia originale a quella recidivante
decenni piu’ tardi”, ha detto Mel Greaves, che ha coordinato lo
studio. “Lo studio fornisce la prova evidente di un evoluzione
del cancro – ha continuato – con le cellule tumorali capaci di
rimanere inattive per evitare il trattamento, e quindi capaci
anche di accumulare nuove mutazioni in grado di guidare un
nuovo attacco della malattia”.

(AGI) – Berlino, 1 giu. – I pazienti sottoposti a un intervento
chirurgico di bypass al cuore hanno piu’ probabilita’ di
sopravvivere se assumono statine. Lo ha dimostrato uno studio
della University of Wisconsin (Usa), presentato in occasione di
una conferenza dell’European Society of Anaesthesiology a
Berlino. I ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 16mila
cittadini britannici con un’eta’ superiore ai 40 anni che hanno
subito un bypass al cuore negli ultimi 40 anni. Sono state
prese in considerazionie anche altre informazioni sulle
condizioni di salute dei pazienti, cosi’ come sui farmaci che
hanno assunto. Ebbene, dai risultati e’ emerso che i pazienti
che stavano assumendo le statine avevano il 67 per cento di
probabilita’ in meno di morire nei primi 30 giorni dopo
l’operazione. Maggiori benefici sono stati riscontrati nella
simvastatina, la statina piu’ comunemente utilizzata. Secondo i
ricercatori, le statine agirebbero riducendo l’infiammazione,
piuttosto che abbassando il colesterolo.

(AGI) – Londra, 1 giu. – Un gruppo di farmaci in fase di
sperimentazione contro il cancro potrebbe essere utilizzato
anche per il trattamento delle lesioni del midollo spinale.
Almeno e’ stato cosi’ nei topi, secondo uno studio
dell’Imperial College di Londra, pubblicato sulla rivista
Brain. I topi a cui sono stati dati i farmaci chiamati “nutlin”
hanno infatti recuperato piu’ movimento rispetto a quelli non
trattati. Al momento non ci sono trattamenti efficaci contro le
lesioni del midollo spinale. Il danno spesso e’ permanente
perche’ e’ molto difficile che i nervi spinali ricrescano.
Nella ricerca condotta su topi adulti, i farmaci tumorali sono
stati in grado di bloccare una particolare serie di proteine
che limitano la crescita dei nervi. Normalmente utilizzati per
sopprimere i tumori, nei topi con il midollo spinale
parzialmente reciso sono stati in grado di far ricrescere i
nervi nell’area interessata. Questo significa che il 75 per
cento dei topi e’ passato dall’essere paralizzato a riprendere
parte del movimento. “Abbiamo identificato un meccanismo che
controlla la rigenerazione dei nervi, e ci sono gia’ farmaci
sperimentali che interagiscono con questo percorso, suggerendo
l’opportunita’ di tradurre questi risultati in clinica”, ha
detto Simone di Giovanni, autore dello studio.

(AGI) – New York, 1 giu. – Le lenti a contatto possono
aumentare il rischio di sviluppare infezioni oculari,
trasferendo batteri dalla pelle agli occhi. Questo e’ quanto
emerso da uno studio del Langone Medical Center della New York
University, presentato al meeting annuale della American
Society for Microbiology a New Orleans. I ricercatori hanno
coinvolto nella ricerca 20 persone, di cui nove utilizzatori
quotidiani di lenti a contatti e 11 no. Dall’analisi genetica
dei batteri, i ricercatori hanno scoperto che l’ecosistema dei
batteri dei portatori delle lenti a contatto nell’occhio e’ a
quello della pelle. Questi risultati dovrebbero ora aiutare gli
scienziati a comprendere meglio il problema del perche’ i
portatori di lenti a contatto sono piu’ soggetti ad infezioni
oculari rispetto a chi non porta le lenti. “Quello che speriamo
e’ che i nostri esperimenti futuri – ha detto Maria Gloria
Dominguez-Bello, una delle autrici dello studio – mostreranno
se questi cambiamenti nel microbioma dell’occhio dei portatori
di lenti a contatto siano dovuti alle dita che toccano l’occhio
o dalla pressione diretta della lente che lo colpisce,
alterando il sistema immunitario dell’occhio”.

(AGI) – Milano, 29 mag. – Le donne che seguono una dieta
mediterranea riducono il proprio rischio di tumore
dell’endometrio (corpo dell’utero) di oltre il 50 per cento. La
conferma arriva da uno studio finanziato dalla Fondazione
Italiana per la Ricerca sul Cancro (FIRC) e pubblicato dal
British Journal of Cancer.
Un gruppo di ricercatori dell’IRCCS-Istituto di Ricerche
Farmacologiche “Mario Negri”, in collaborazione con
l’Universita’ di Milano, il Centro di Riferimento Oncologico di
Aviano, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli e
l’Universita’ di Losanna, ha valutato in oltre 5.000 donne
italiane la relazione tra aderenza alla dieta mediterranea e il
rischio di sviluppare il tumore dell’endometrio. Per calcolare
un punteggio di aderenza alla dieta mediterranea sono state
considerate 9 componenti dietetiche: verdura e frutta, legumi,
cereali e patate, pesce e grassi polinsaturi, di cui A ricca
la dieta mediterranea; carne e latte e latticini di cui la
dieta mediterranea e’ povera; alcol di cui e’ tipico il consumo
moderato. Le donne che avevano una piu’ alta aderenza alla
dieta mediterranea presentavano una riduzione del rischio di
tumore dell’endometrio del 57 per cento rispetto a quelle che
avevano una bassa aderenza. All’aumentare dell’aderenza alla
dieta mediterranea aumentava la protezione sul tumore
dell’endometrio, suggerendo una causalita’ della relazione. Si
ritiene che contribuiscano agli effetti antitumorali di questa
dieta il suo alto contenuto in antiossidanti, fibre e grassi
polinsaturi. “Le nostre ricerche in questo campo – ha detto
Alessandra Tavani, del Dipartimento di Epidemiologia dell’IRCCS
Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, autore senior
dello studio – mostrano che per noi italiani aderire a uno
stile di dieta mediterranea permette di diminuire il rischio di
sviluppare non solo il tumore dell’endometrio, come mostrato da
questa ricerca, ma anche il rischio di tumori del cavo orale,
stomaco, fegato e pancreas, oltre che diminuire il rischio di
infarto miocardico, come abbiamo gia’ osservato in studi
analoghi”. (AGI)
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