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L'ecstasy, la droga più amata dalla cultura rave, si sta affermando come trattamento rivelazione nella cura della sindrome da disordine post-traumatico. Ciò significa che, se il trial condotto dal dottor Stephen Ross, dell'NYU Longone Medical Center, otterrà i risultati sperati, l'ecstasy diventerà ufficialmente una medicina. O meglio, tornerà ad esserlo.

Sul lettino del dott. Ross

Il centro della rivoluzione per il trattamento di una patologia così diffusa – ne soffre l'8% degli americani, soprattutto veterani di guerra – è uno studio medico dall'aspetto accogliente all'interno del centro medico Langone, dove il dottor Ross somministra MDMA (l'ecstasy). Dopo aver ingerito una capsula da 125 milligrammi, il paziente viene fatto sdraiare su una poltrona reclinabile marrone e lì resterà per 8 ore mentre Ross e un co-terapista condurranno una sessione di colloquio-terapia.

Durante la fase II del trattamento, terminata a Novembre 2016, più dei due-terzi dei pazienti hanno ottenuto una "sostanziale remissione" dei disturbi dopo solo 3 sessioni da 8 ore. Sulla base di questi risultati, l'FDA ha approvato la Fase III che verrà eseguita da 80 terapisti in tutta la nazione. Lo scorso agosto, l’Agenzia per il farmaco ha fatto un passo in avanti conferendo all’MDMA la designazione di “Terapia di svolta”, che ha collocato il trattamento su un binario veloce per l’approvazione. E’ l’ultima fase, che sancirà la seconda vita dell’ecstasy come farmaco.

Ma non si comprerà in farmacia

Se ciò avverrà, osserva il Wall Street Journal, l’MDMA diventerà il medicinale più controllato in assoluto. Al contrario della marijuana terapeutica, l’ecstasy non sarà disponibile in farmacia. In altre parole, nessuno uscirà dal negozio con una bottiglietta di pillole, in modo da rendere impossibile la rivendita e di ridurre il più possibile l’abuso. La droga, inoltre, sarà prescritta solo ed esclusivamente a pazienti inseriti nel programma di cura della Sindrome da Stress Post-Traumatico. “Nel giro di cinque anni sia l’MDMA che la psilocibina saranno disponibili”, afferma il dottor Ross.

I funghi allucinogeni contro la depressione

La psilocibina, un allucinogeno contenuto in alcuni tipi di funghi, si è rivelato in grado di resettare l'attività dei circuiti neuronali del cervello coinvolti in prima linea nei soggetti che soffrono di depressione. Studiando le immagini del cervello, i ricercatori si sono accorti che la psilocibina colpisce proprio quelle aree che sono particolarmente attive in soggetti depressi. La somministrazione di questo allucinogeno ha fornito risultati incoraggianti. Secondo gli esperti, due somministrazioni di psilocibina, unita al consulto psicologico, ha portato a una riduzione dei sintomi. 

L'MDMA ha oltre un secolo di storia

L'MDMA fu sintetizzata nel 1912 dal colosso farmaceutico Merck nel tentativo di sviluppare un anticoagulante simile a quello della Bayer. Non centrò l'obiettivo. Nel 1976, Alexander Shulgin, un chimico americano di Berkeley, California, risintetizzò il composto scoprendo che aveva la capacità di sopprimere l'amigdala, il centro della paura, e di attivare la corteccia frontale, sede della capacità d'azione. In pratica, la droga era in grado di smorzare la paura. Negli anni '80 iniziò a essere impiegata in numerosi trattamenti e terapie psicologiche, tra cui quelle contro la depressione. Tuttavia, l'energia, l'euforia e le emozioni prodotte dalla sua assunzione la resero popolare nelle discoteche. Così, nel 1986, la Dea – l'agenzia federale per il controllo degli stupefacenti – la mise fuorilegge.

 

 

 

Sarà una lunga notte quella tra sabato 28 e domenica 29 ottobre, quando spostando indietro le lancette dell’orologio dormiremo un’ora in più. Torna così l’ora solare che ci porteremo dietro per i prossimi 4 mesi, fino al 25 marzo 2018. Termina così dopo 7 mesi l'ora legale, la variazione convenzionale dell'orario astronomico che:

  • da un lato consente risparmi energetici
  • dall'altro fa godere ai cittadini di un maggior numero di ore di luce solare.

Tutti gli effetti negativi del cambio ora

Insonnia e inappetenza. Ma anche pessimismo, sensi di colpa e apatia. Sono questi alcuni dei disturbi che alcuni italiani potrebbero riportare a causa del cambio dell’ora. Stando a uno studio di ‘In a Bottle', l'accorciamento delle giornate provoca malumore a ben un italiano su 2 e ansia.

"Queste conseguenze trovano una spiegazione nella cronobiologia di alcuni nostri processi fisici e mentali", ha spiegato Michele Cucchi, direttore sanitario del Centro Medico Sant Agostino di Milano. “Le attività ormonali e cerebrali che regolano il sonno e le malattie dell'umore – ha continuato – hanno una ritmicità giornaliera, mensile e annuale. Molte teorie derivate da evidenze scientifiche suggeriscono che la depressione sia proprio la malattia dei ritmi biologici.

Una loro alterazione precipiterebbe i meccanismi che generano la sindrome depressiva, fatta non solo di mal di vivere, pessimismo, sensi di colpa e apatia, ma anche di sintomi più 'fisici' e più intuitivamente riconducibili ai ritmi circadiani: insonnia, inappetenza, un'oscillazione della gravità della sintomatologia nel corso della giornata”.

Questi effetti sono in buona parte modulati dalla quantità di luce che riusciamo a raccogliere nella giornata. "Nell'esperienza di chi soffre di ansia e depressione, è possibile riscontrare un peggioramento dei sintomi proprio in questo periodo dell'anno, momenti in cui è sempre poco indicato fare cambi di terapia, rimandando tali cambiamenti ai periodi di maggiore stabilizzazione stagionale”.

A soffrire di più sono le ‘allodole’

Per fortuna con qualche piccolo accorgimento è possibile affrontare il cambio ora con il minor disagio possibile. "Innanzitutto, bisogna verificare il proprio profilo personale che può essere quello del gufo o dell'allodola", ha detto ancora Cucchi. "L'ora solare ad esempio, crea più problemi alla seconda categoria", ha aggiunto, spiegando che le allodole sono le persone che tendono ad andare a letto presto e a essere mattinieri. “Gli effetti ormonali di questi cambiamenti – ha continuato  – vengono attenuati dall'attività fisica, in modo particolare quella aerobica. Ma bisogna prendere delle precauzioni a riguardo: infatti è consigliabile solo a chi non soffre di disturbi cardiovascolari”.

Molti disturbi si combattono a tavola

“Mantenere un buono stato di vita e un'alimentazione corretta potranno servire per prevenire o contrastare i disagi legati al cambio d’orario”, spiega la nutrizionista Carmen Campana. A soffrire di disturbi connessi alla reintroduzione dell'ora solare non sono soltanto gli adulti, ma anche i bambini: “uno spuntino pre nanna con un bicchiere di latte caldo agirà contro l’insonnia".

I sette consigli dell’esperta:

  1. E' bene non esagerare con le porzioni e mantenersi leggeri per evitare di appesantire ulteriormente il fisico. Privilegiare, quindi, metodi di cottura semplici: al vapore, alla griglia, al forno e al cartoccio.
  2. A colazione è consigliabile bere una tisana con un cucchiaino di miele (al posto dello zucchero) che combatte la stanchezza e restituisce il buon umore. Si possono consumare spuntini di frutta fresca associati al consumo di frutta secca, come una manciata di noci o mandorle.
  3. Nelle ore serali evitare di assumere alimenti che richiedono tempi di digestione molto lunghi come cibi ricchi di grassi oppure cibi in scatola o superalcolici e tutti gli alimenti eccitanti.
  4. Pane, pasta, orzo, riso: contengono l'amminoacido triptofano, che favorisce la produzione di serotonina garantendo il benessere cerebrale. In particolare il riso indicato per combattere stanchezza e problemi digestivi, anch'essi tra le conseguenze negative del cambio dell'ora.
  5. Tra la verdura fresca (condita con olio di riso e di girasole), via libera agli spinaci che contengono magnesio, calcio, vitamina B6 e acido folico, sostanze che favoriscono il rilassamento muscolare.
  6. Per contrastare la stanchezza assumere la vitamina b1 (tiamina). Questa presiede alla trasformazione dei carboidrati in energia ed è fondamentale per la salute delle cellule nervose. E' contenuta nei cereali integrali, semi, legumi.
  7. Vietata l'assunzione degli ‘acidi grassi trans’, associata a maggior aggressività ed irritabilità. Motivo in più per limitare il consumo di margarine e cibi pronti in questo periodo dell'anno.

 

 

“Perdi i tuoi sogni e perderai la tua mente”, non è solo una frase di una canzone dei Rolling Stones, ma esattamente ciò che ci potrebbe succedere se smettessimo di sognare. I fattori che contribuisco a bloccare i nostri sogni sono molti, spiega Rubin Naiman, psicologo dell’Università dell’Arizona, nel suo studio ‘Dreamless: the silent epidemic of REM sleep loss’.  Ad incidere sono lo stile di vita, l’insonnia, l’uso di alcune sostanze come alcool e droga, ma anche il fatto che non si è ben consapevoli di quanto i sogni siano importanti per la nostra salute fisica e psicologica.

“Pensiamo troppo poco ai sogni che facciamo”

Siamo troppo spesso portati a pensare poco ai sogni che facciamo, “in pochi – spiega Naiman – si sforzano di ricordare i propri sogni da svegli e ancora di meno sono le persone che pensano che i sogni possano avere una qualche importanza nella vita reale”.

“I sogni sono un mix di magia, scienza e mistero”

Per Neiman, inoltre, i sogni sono un insieme di magia, scienza e mistero e la loro mancanza determina una maggiore inclinazione ad essere irritabili, depressi, ad aumentare di peso e ad avere allucinazioni. Senza i sogni – sempre secondo lo studio di Naiman – potremmo perdere la razionalità, la nostra memoria tende a diminuire e potrebbero alterarsi alcune funzioni del nostro sistema immunitario. Questi sono effetti conosciuti fin dagli anni ’60: quando alcuni ricercatori fecero degli esperimenti, privando alcuni soggetti della parte di sonno Rem, e scoprirono una serie di effetti collaterali negativi.

Sveglie, alcool e droga: i nemici dei sogni

Le sveglie sono nemiche dei sogni, osserva Naiman, perché il loro trillo è come se li “scacciasse”: "Immagina – dice lo psicologo – di essere improvvisamente portato fuori da un cinema quando il film si si avvicina alla sua conclusione". Stesso discorso vale per alcool e cannabis, non sono escluse dalla ‘lista nera’ di ‘Naiman nemmeno le pillole per dormire che aumentano il sonno leggero a scapito di quello più profondo e di qualità. Non sono degli alleati nemmeno le luci artificiali degli schermi dei computer, tablet e smartphone, così come le luci della città.

“Nessuno ci spinge a capire l’importanza dei sogni”

Ciò che Naiman non dice, ma che si rileva comunque dal suo studio, è che è difficile salvaguardare quella parte di sonno che ci permette di sognare, “per i sogni non esistono incentivi sociali o finanziari”.  Per la maggior parte di noi, il sonno non fa parte della lista delle priorità. E riuscire a dormire ogni notte dalle sette alle nove ore non rientra tra le attività alla moda da raccomandare per il nostro benessere. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che il sonno non è una forma di benessere ‘monetizzabile’, su di esso non guadagna nessuna azienda. Quindi sempre di più capita che siamo attenti a tante attività che ci sembrano utili per il nostro benessere e non ci concentriamo sul sonno. “In realtà – sottolinea ancora una volta Naiman – dobbiamo capire che mettere i nostri corpi nelle condizioni di sognare è un grande regalo che facciamo al nostro corpo e alla nostra mente”.

 

 

 

 

 

 

Trasformare le cellule del sistema immunitario del paziente, i linfociti, in spietati killer del cancro: è questo il principio alla base di una nuova terapia genetica per la cura del linfoma non-Hodgkin che è stata autorizzata negli Stati Uniti dalla Food and Drug Administration. La terapia, chiamata 'Yescarta' e prodotta dalla Kite Pharma, è stata autorizzata per gli adulti affetti da linfoma non-Hodgkin, neoplasie maligne del tessuto linfatico, che siano stati già sottoposti ad almeno due trattamenti chemioterapici senza alcun beneficio.

Secondo i ricercatori il trattamento genetico trasforma le cellule del paziente in "un farmaco vivente" che attacca le cellule cancerogene. Si tratta di un nuovo sviluppo della promettente ricerca nel settore dell'immunoterapia che usa farmaci o modifiche genetiche per "inserire il turbo nel sistema immunitario".

Secondo il New York Times solo negli Usa almeno 3.500 pazienti potrebbero esser trattati con la nuova terapia genica che ha un costo di 373.000 dollari. Terapia che va studiata e calibrata per ogni singolo paziente, avendo tutti un sistema immunitario diverso. La cura era stata inizialmente studiata dal National Cancer Institute che ha poi fatto un accordo con la Kite Pharma nel 2012 che ha fornito i fondi per trasformare la teoria in realtà ed ottenerne poi i diritti di sfruttamento.

Proprio grazie alle indiscrezioni sulla nuova terapia – in attesa del via libera oggi della Fda – la Kite è stata acquistata dal colosso farmaceutico Gilead per 11,9 miliardi di dollari, a conferma che investire nella ricerca alla fine paga. Lo Yescarta è il secondo trattamento genico autorizzato dalla Fda. Il primo, il Kymriah della Novartis, è stato approvato ad agosto e riguarda i bambini o i giovani con forme aggressive di leucemia. Un ciclo di Kymriah costa 475.000 dollari ma Novartis ha promesso che sarà gratis per quei pazienti che non mostreranno miglioramenti entro un mese. 

Il 12 novembre scadrà il brevetto del Cialis, farmaco di fascia C, che contiene una molecola famosa utile per combattere la disfunzione erettile. Sarà dunque possibile trovare in farmacia farmaci generici, molto più convenienti.  

Nessun'altra molecola di quella categoria incassa così tanto dagli italiani – scrive Repubblica –  circa 146 milioni l'anno. “Il noto farmaco contro la disfunzione erettile è solo uno dei 13 che in questi mesi hanno visto o vedranno cadere i diritti legati al marchio, con conseguente calo del prezzo. Anti ipertensivi e anti colesterolo, farmaci contro l'osteoartrosi e l'ipertrofia prostatica benigna, oppure prodotti costosissimi dispensati solo in ospedale e altri ancora: il loro giro d'affari è di oltre un miliardo di euro, quasi completamente a carico del servizio sanitario nazionale visto che si tratta di medicinali rimborsati, in fascia A. La stima è che l'ingresso del generico abbatta i prezzi di circa il 60%. Il calcolo su quale sarà il risparmio è piuttosto facile: 600 milioni di euro”.

Come noto il Cialis ha un effetto di 36 ore contro le 4 del concorrente Viagra. Oggi in Italia se ne vendono circa 1,7 milioni di confezioni. “Diventeranno generici i dosaggi del principio attivo tadalafil da 10 e 20 milligrammi, e non quello da 5. Si tratta di un medicinale piuttosto caro, una compressa, a seconda delle confezioni, può costare 15-20 euro. È probabile che i consumi aumentino sensibilmente, come è successo al sildenafil (cioè il Viagra), che dopo aver perso il brevetto nel 2013 ha visto raddoppiare le confezioni vendute, oggi 2,5 milioni”. Leggi qui l’articolo completo.

Ma il Cialis, come detto, non è l’unico farmaco di fascia C per il quale nei prossimi tempi scadrà il brevetto del principio attivo. Ci sono anche il Crestor, il Pafinur e l’Olmetec. L’effetto di questi brevetti in scadenza è quello dell’arrivo sul mercato di analoghi prodotti generici che costeranno fino al 60% di meno. È Assogenerici a fare la lista completa dei brevetti in scadenza da qui al 2019. Ci sono dentro il  Crestor (anti-colesterolo), il Pafinur (antistaminico), l’Olmetec (anticoagulante), l’Avodart (per le infiammazioni prostatiche). Scrive il Corriere della sera: “Nella lista di farmaci destinati a diventare più accessibili ci sono anche altre molecole come il bimatropost (antiglaucoma), il caspofungin (contro alcuni funghi come la candida), il bosentan (vasodilatatore), l’antibiotico ertapenem, la combinazione tramadolo più paracetamolo, usata in alcuni farmaci analgesici come il Patrol, l’antinfiammatorio etoricoxib, l’antibiotico tigeciclina, il pegfilgrastim, venduto come Neulasta, usato per il trattamento della neutropenia indotta dalla chemioterapia, l’abatacept (Orencia), un immunosoppressivo, l’antiallergico olopatadina, e l’antivirale valganciclovir".
 

Sempre il Corriere stima un giro d’affari per i farmaci suddetti di circa un miliardo, che andrà dunque notevolmente a ridursi con risparmi notevoli per i pazienti. Molti di queste medicine come appunto il Cialis, sono di fascia C (va prescritto dal medico curante ma è totalmente a carico del paziente). “In altri casi, invece, il risparmio sarà soprattutto per il sistema sanitario nazionale: ad esempio, il Crestor, che costa 270 milioni all’anno allo Stato e che dal 30 dicembre potrà essere prodotto da altre case farmaceutiche. Che l’affare sia appetibile lo dimostra il fatto che sono 16 le aziende che hanno già richiesto di poter produrre il generico di Cialis e Crestor. Del resto, i generici si stanno imponendo sempre di più sul mercato: secondo l’ultimo report di Assogenerici sui dati da gennio a giugno del 2017, gli equivalenti hanno rappresentanto il 20% del mercato delle confezioni : per quanto riguarda le vendite, si parla di un giro complessivo di 1.54 miliardi, concentrate soprattutto nel mercato dei farmaci di classe A, che assorbe il 77,9% del valore del mercato dei farmaci generici, per un totale di 1,19 miliardi. Con una prevalenza di consumi al Nord: sul podio delle regioni che consumano più generici ci sono la Provincia Autonoma di Trento, la Lombardia, l’Emilia Romagna, Bolzano, Veneto, Friuli e Toscana a seguire. All’estremo opposto la Basilicata, la Calabria, la Campania, la Sicilia, dove il generico fa fatica a prendere piede. Leggi qui l’articolo completo.

 

Per anni considerati uno strumento per lo sballo facile, complici le mitologie metropolitane che si sono create sul loro utilizzo, oggi in realtà la reputazione dei funghi allucinogeni è stata radicalmente cambiata da una serie di ricerche che ne hanno celebrato alcune capacità anti depressive. La scienza comincia a pensare che facciano bene a persone affette da forme depressive, più o meno gravi. Ma servono più studi.
 

Cosa hanno scoperto gli scienziati sugli effetti dei funghi 

Gli scienziati hanno scoperto che i funghi magici contengono una sostanza chiamata psilocibina che ha la capacità di "resettare" il cervello di persone che soffrono di una grave depressione. Sì, resettare è il termine usato anche nella ricerca pubblicata sul Scientific Report, e che oggi è stata ripresa da un po' tutte le principali testate internazionali. 
 
La ricerca del Imperial College di Londra ha scoperto che, se alcuni farmaci convenzionali avevano fallito per alcuni, la 'psilocybin' aveva dimostrato di avere successo. ll team dei ricercatori crede che la sostanza possa ripristinare i circuiti chiave del cervello che sono noti come elementi chiave nel ruolo che la depressione gioca nel cervello. Il dottor Robin Carhart-Harris, responsabile della ricerca psichedelica presso l'Imperial College, ha detto a colloquio con i giornalisti.  "Molti dei nostri pazienti descrivono la sensazione di 'resettare' dopo il trattamento e spesso usavano analogie di computer". Ad esempio, uno ha detto che si sentiva come il suo cervello era stato "deframmentato"  come un disco rigido del computer, e un altro ha detto che si sentiva 'riavviato. 
 

Gli effetti dei funghi allucinogeni: 'resettano' e 'deframmentano' il cervello

La terminologia usata dai ricercatori è assai singolare. Reset e Defrag sono due termini che chi ha avuto in mano un sistema operativo Windows dovrebbe conoscere bene. Il secondo soprattutto, che serve per 'rimettere a posto i tasselli delle informazioni' contenute nel computer. Ecco, qualcosa del genere deve succedere al cervello. Viene 'deframmentato' e portato ad una situazione di "verginità intellettuale" dove le cose, pare, ritornano ad acquisire una fragranza che un cervello troppo carico di informazioni, negative per lo più, ha dimenticato. 
 

I risultati della risonanza magnetica, dopo il defrag

"A confermarlo è stato il confronto tra le immagini da risonanza magnetica dei cervelli dei pazienti prima, e un giorno dopo l'inizio della cura: ha rivelato cambiamenti nell'attività cerebrale che sono stati associati a riduzioni significative e durature dei sintomi depressivi" si legge oggi su La Repubblica. "Gli autori notano che i risultati iniziali della terapia sperimentale sono sì emozionanti, ma limitati dalla piccola dimensione del campione, così come dall'assenza di un gruppo di controllo".
 
Lo studio, pubblicato nella rivista Scientific Reports, ha coinvolto 20 pazienti che hanno ricevuto due dosi del farmaco, una maggiore, una minore, nel corso di due settimane. Il risultato più notevole della sostanza è che riduce il flusso sanguigno nella regione 'emozionale' del cervello e stabilizzare anche altre aree del cervello spesso associate alla depressione. Eppure, specificano gli studiosi, sono necessari studi più approfonditi per vedere se questo effetto positivo può essere riprodotto in più pazienti. Un primo passo, però, sembra essere stato portato a termine. 

Che cos'ha Lady Gaga? Cosa ha bloccato Miss Germanotta facendole interrompere il tour mondiale? Si chiama fibromialgia ed è una malattia che esiste, ufficialmente, solo dal 2010 quando è stata inserita nell'International Classification of Diseases dell'Organizzazione mondiale della Sanità. Per molto tempo si sono avuti dubbi sulla sua esistenza al punto da essere definita la 'malattia fantasma' da alcune associazioni di pazienti. 

I sintomi

A soffrire di fibromialgia sono maggiormente le donne (l’80-90%). Chi ne è affetto ha dolori cronici generalizzati in tutto il corpo e una stanchezza debilitante, tale da rendere impossibile condurre una vita normale.

A volte capita – in base a quanto raccontano coloro che ne soffrono – che anche un abbraccio, una stretta di mano, un piccolo urto bastano a provocare sofferenze acute. Una forte stanchezza e una costellazione di altri disturbi apparentemente non collegati tra di loro, dall’insonnia a problemi intestinali, fino a difficoltà di concentrazione, sono altri dei sintomi che riguardano la malattia. Se in passato alle pazienti con questo disturbo veniva spesso diagnosticata la depressione, oggi si ritiene invece che possa invece essere la conseguenza delle sofferenze fisiche e del non veder riconosciuto e diagnosticato per lungo tempo il proprio disturbo.

La malattia fantasma

In passato si è dubitato che la fibromialgia esistesse davvero e non è raro che i disturbi da cui è caratterizzata siano spesso ritenuti di tipo psicologico. Capita che non venga riconosciuta, che sia scambiata per altre condizioni con sintomi simili. Anche i medici, e perfino gli specialisti la conoscono poco.

La malattia di Lady Gaga

La fibromialgia non risparmia nemmeno le popstar: la malattia ha colpito anche Lady Gaga che ha causa dei disturbi ha dovuto rimandare alcune date europee del suo tour di quest’anno. Anche nel documentario da poco uscito su Netflix, ‘Gaga: Five foot two’, in cui racconta la sua vita fuori dalle scene la cantante accenna a questa malattia e si mostra in preda a dolori che appaiono lancinanti. Nel caso della cantante la fibromialgia si sarebbe presentata dopo la frattura a un’anca.

Perché è difficile diagnosticarla

Una delle difficoltà nel riconoscerla è che non esistono test clinici per diagnosticarla, dato che non sono state individuate alterazioni riscontrabili con esami strumentali o di laboratorio. La diagnosi si basa esclusivamente sui sintomi, sullo studio della localizzazione dei dolori (fino a non molto tempo fa si usava come criterio la presenza di dolori in punti specifici), e sull’esclusione di malattie che presentano alcune analogie, come la polimialgia reumatica, per esempio, in cui però risultano alterati gli indici dell’infiammazione, l’artrite reumatoide o l’ipotiroidismo.

Non si sa perché insorga la fibromialgia. Si ritiene che ci sia una componente genetica, perché spesso ricorre in una stessa famiglia. Ad accomunare chi ne soffre spesso c’è anche un trauma fisico, un incidente, oppure un’infezione. I malati riportano che dopo la fase acuta, apparentemente superata, sono subentrati i dolori cronici e diffusi. Anche nel caso di Lady Gaga la fibromialgia si sarebbe presentata dopo la frattura a un’anca. In alcuni casi il disturbo è stato associato a traumi psicologici.

L’ipotesi prevalente oggi, in base agli ultimi studi, è che in chi ne soffre siano in qualche modo alterati i meccanismi di elaborazione del dolore. In pratica, per qualche ragione genetica o ambientale, o per entrambe, la soglia di percezione delle sensazioni dolorose risulta più bassa, e anche piccoli stimoli tattili o di pressione vengono sentiti come dolore vero e proprio. Alcune ricerche recenti hanno osservato nei pazienti fibromialgici un aumento di alcune sostanze collegate alla trasmissione del dolore, e l’attivazione più ampia delle aree del cervello dove avviene la sua elaborazione.

Le cause

Seppur riconosciuta a livello mondiale, non si conosce ancora perché la fibromialgia insorge. La componente genetica potrebbe essere una delle cause, visto che spesso ricorre in una stessa famiglia. Ad accomunare chi ne soffre spesso c’è anche un trauma fisico, un incidente, oppure un’infezione. I malati riportano che dopo la fase acuta, apparentemente superata, sono subentrati i dolori cronici e diffusi. In alcuni casi il disturbo è stato associato a traumi psicologici. L’ipotesi prevalente oggi, in base agli ultimi studi, è che in chi ne soffre siano in qualche modo alterati i meccanismi di elaborazione del dolore. In pratica, per qualche ragione genetica o ambientale, o per entrambe, la soglia di percezione delle sensazioni dolorose risulta più bassa, e anche piccoli stimoli tattili o di pressione vengono sentiti come dolore vero e proprio. Alcune ricerche recenti hanno osservato nei pazienti fibromialgici un aumento di alcune sostanze collegate alla trasmissione del dolore, e l’attivazione più ampia delle aree del cervello dove avviene la sua elaborazione.

L'influenza è una della patologie più conosciute, eppure tra gli italiani over 50 non c'è ancora una piena consapevolezza sulle sue possibili conseguenze e sull'esistenza di specifiche condizioni di rischio. Il 48,9% pensa che può essere una malattia anche molto grave, ma solo il 43% sa che sono possibili complicanze anche letali. È quanto emerge dalla ricerca del Censis "La vaccinazione antinfluenzale: il punto di vista dei cittadini", sulle conoscenze, gli atteggiamenti e i comportamenti degli italiani over 50 sull'influenza e sulla propensione alla vaccinazione antinfluenzale, realizzata con il supporto non condizionante di Sanofi Pasteur.

Presentata oggi al Senato, l'indagine precisa inoltre che:

  • Il 96,8% degli over 50 conosce la vaccinazione antinfluenzale e il 93% ritiene che sia consigliabile per i soggetti affetti da patologie dell'apparato respiratorio. Ma solo il 59,1% pensa che sia indicata per tutte le persone che non vogliono ammalarsi.
  • Il 90,9% degli italiani over 50 sa che è causata da virus che ogni anno subiscono una mutazione, dando vita a diverse forme di influenza stagionali.
  • L'87,7% pensa che è molto contagiosa perché si trasmette per via aerea, attraverso le goccioline di saliva e le secrezioni respiratorie (tosse, starnuti).
  • Il 71,7% sa che si trasmette anche attraverso il contatto con oggetti contaminati. Ma solo il 45,7% sa che puo' rimanere contagiosa per diverso tempo sin dal periodo di incubazione.

E' diffusa la percezione della gravità della malattia: solo il 14,7% tende a minimizzarne i rischi, mentre il 48,9% è consapevole che a certe condizioni, come per i malati cronici e le persone anziane, può essere molto grave. All'influenza possono essere associate diverse complicanze, di cui gli italiani over 50 sono a conoscenza in diversa misura: la bronchite (lo sa l'89,6%), la compromissione di alcune funzionalità respiratorie (85,6%), la polmonite (78,7%), la lunghezza dei tempi di recupero (74,4%), sinusiti e otiti (70,7%).

L'influenza può comportare anche un aggravamento delle malattie preesistenti: il 57,7% sa che può dar luogo a complicanze cardio-circolatorie. Il 43% pensa che l'influenza può avere complicanze che possono portare alla morte (il dato sale al 48,5% tra i piu' istruiti). Ma solo il 3,4% ammette di avere molta paura dell'influenza.

Il 13,8% degli italiani non si cura affatto

Quando ci si accorge di aver preso l'influenza, solo il 16% contatta immediatamente il medico, il 45,8% si rivolge al medico solo se i sintomi non migliorano, il 24,4% si cura autonomamente con farmaci da banco e il 13,8% lascia che l'influenza faccia il suo corso senza prendere farmaci. Il 96,8% degli italiani over 50 sa che è possibile vaccinarsi contro l'influenza stagionale. Il 93% riconosce che la vaccinazione è consigliabile per i soggetti affetti da patologie dell'apparato respiratorio, l'88% per le persone che vivono in ambienti dove è più facile il contagio, l'86% per il personale sanitario, l'85,4% per le persone con piu' di 65 anni, l'81,2% per i soggetti affetti da patologie dell'apparato cardio-circolatorio o da malattie croniche (80%). Il 59,1% considera la vaccinazione antinfluenzale consigliabile a tutte le persone che vogliono evitare di ammalarsi. Il 52,3% fa riferimento ai soggetti affetti da diabete, il 49,3% ai bambini e il 36,2% alle donne in gravidanza.

Tre quarti del miele proveniente da ogni parte del mondo contengono pesticidi. In prevalenza neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, da oltre 20 anni ampiamente utilizzata in agricoltura e ritenuta anche responsabile della moria di api. Secondo uno studio pubblicato su Science, i ricercatori sono arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato quasi 200 campioni prelevati in ogni parte del mondo, 

Lo studio

A partire dal 2012 – racconta la rivista Focus – Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai cittadini di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele. In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Ne è venuto fuori che, con diverse percentuali, gran parte del miele proveniente da ogni parte del mondo, comprese le isole sperdute del Pacifico e con la sola eccezione dell'Antartico, è contaminato. Dati alla mano, i campioni raccolti in Nord America sono quelli con una percentuale più alta di neonicotinoidi: ben l'86% contro l'80% del miele asiatico e il 79% di quello europeo. Più sano il Sud America che vanta 'solo' il 57% di pesticidi nei campioni di miele. 

Un elettroshock per le api

Il dato più inquietante emerso dallo studio, però, è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori. In altre parole, questi pesticidi, presenti in concentrazioni così alte, riducono le funzioni cerebrali delle api, minacciano il loro sistema immunitario e rallentano la loro capacità riproduttiva. Come lo assumono? Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica, sostengono gli scienziati. Il problema è ben conosciuto anche in Italia, dove secondo l'Arpat (l’Associazione toscana degli apicoltori), le api, falcidiate da una moria provocata da questi pesticidi e impazzite per il clima anomalo della scorsa estate, non riescono a impollinare e la perdita di fertilità delle piante rischia di aumentare l’effetto desertificazione. Il risultato è che secondo le stime degli apicoltori, quest'anno non si arriverà a 90mila quintali di mieli su una media di 230mila. "In Italia la produzione è calata del 70% con punte dell'80% in Toscana". 

A rischio tutto il cibo

Nel 2014 uno studio globale sui neonicotinoidi è giunto alla conclusione che l'impiego diffuso di questa sostanza ha messo a rischio l'intero sistema di produzione del cibo. Le conseguenze sono già visibili e non potranno essere ignorate a lungo. Secondo Jean-Marc Bonmatin, del Centre National de la Recherche Scientifique di Orléans, in Francia, "L'impiego di questi pesticidi rema contro le pratiche dell'agricoltura sostenibile. Non fornisce alcun vantaggio agli agricoltori, impoverisce la qualità del terreno, danneggia la biodiversità, contamina l'acqua, l'aria e, di conseguenza, il cibo. Non c'è alcun motivo per proseguire su questa strada dell'autodistruzione". Lo ha capito – per anni parzialmente – l'Unione europea che nel 2013 ha messo al bando l'utilizzo di tre neonicotinoidi nella coltivazione dei fiori. La Commissione europea, inoltre, ha emanato nuove direttive che prevedono il divieto di usare questo tipo di pesticida in tutti i campi. La misura dovrebbe essere approvata a novembre.

L'ultima tazzina di caffè

Ma se le api continueranno a morire sarà un problema anche bere un caffè. Secondo uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), questi insetti, infatti, sono fondamentali per la buona resa delle coltivazioni. Il loro contributo in questo senso è stato stimato intorno al 20-25% di aumento della resa delle piante. Le api, insomma, sarebbero infatti in grado di migliorare la qualità dei chicchi. Come ha dichiarato l'autore dello studio Pablo Imbach del Centro Internazionale per l'Agricoltura Tropicale (CIAT): "Se ci sono api tra le piante di caffè sono molto efficienti e buone per impollinare, aumenta la produttività e anche il peso delle bacche".

 

 

 

 

 

“L'utilizzo scorretto di smartphone o di tablet o anche del personal computer sui cui lavoriamo ogni giorno, le condizioni di illuminazione degli ambienti dove operiamo, possono avere ripercussioni sulla la vista appunto”. A parlare è Idor De Simone, ottico e optometrista, dell'ICS Milano Clefi della clinica Maugeri di Milano, in vista della giornata mondiale della vista, giovedì 12 ottobre. “Fare prevenzione visiva è una necessità –  spiega De Simone – da ricerche inglesi e giapponesi emerge infatti che le nuove generazioni utilizzano in media quattro dispositivi. L'impiego di tecnologia connessa supera le otto ore al giorno negli adulti e raggiunge le 14 ore nella fascia tra i 16 e i 24 anni, la maggior parte trascorse in modalità multi-tasking, con l'uso simultaneo di computer, cellulare, tablet. Per gli occhi ciò si traduce in un eccesso di lavoro”.

L'immersione, quotidiana e continuativo, nella lettura da piccoli e o grandi monitor ha infatti il suo prezzo: l'occhio umano deve ancora abituarcisi: “Ogni schermo è posto ad una diversa angolazione, costringendo ad una continua variazione della messa a fuoco a cui il nostro sistema visivo, formatosi durante il lungo processo evoluzionistico, non è ancora abituato”. Ciò che sarà quasi naturale per i nostri pronipoti, insomma, è una fatica per il nostro organismo, anche quello dei nostri figli, per quanto nativi digitali. Infatti, fa osservare lo specialista Maugeri, “il 30% della popolazione 'digitale' sviluppa un difetto visivo, prevalentemente miopia. Per correggerlo è importante utilizzare occhiali o lenti a contatto, con correzione adeguata, prescritta da personale competente. Il 70% soffre di disturbi visivi come la difficoltà di messa a fuoco e di lettura, la secchezza oculare, il mal di testa, che, se non risolti, si riflettono negativamente sul rendimento scolastico o lavorativo”.   
 

Quattro regole d'oro

  1. Curare la postura. La distanza ideale dal computer è infatti decisiva. Quale? Settanta centimetri dal monitor, che sono misurabili abbastanza semplicemente: stendete il braccio davanti a voi”. E la tastiera? “Suggerisco una distanza corrispondente a quella del proprio avambraccio”, meglio se posta “su un piano inclinato di 20 gradi”. E questa è anche la modalità corretta per leggere un libro.
  2. Fare la pause di lavoro. Dopo due ore davanti allo schermo di un computer, conviene un break, purché lo sguardo non si sposti immediatamente sullo smartphone, allora lo stacco è vano.
  3. Calibrare l'illuminazione. La luce deve essere diffusa ed uniforme in tutta la stanza. Altrimenti si genera affaticamento”. E, parlando di illuminazione, “attenzione poi alla luce blu degli schermi dei dispositivi. Una particolare lunghezza d'onda che, col tempo, può danneggiare la retina. Per usi continuativi sono utili, regola numero 4, “lenti con trattamenti antiriflesso”. Non basta, però, l'occhio deve essere allenato.
  4. Allenare la 'convergenza'. “Con poco tempo al giorno si possono fare alcuni  esercizi che allenano la convergenza, che è molto sollecitata in quest'epoca digitale”. Uno dura pochi minuti: “Si copre alternativamente un occhio, per metà del tempo, e poi l'altro, osservando l'avvicinamento lento alla punta del naso di una penna che poi allontaniamo”.  Dopo una settimana di esercizio, si può passar a ripeterlo “ma utilizzando entrambi gli occhi, allontanando la penna appena si percepisce fastidio. L'obiettivo”, conclude, “è riuscire ad avvicinare l'oggetto almeno a 10 centimetri dal naso. 
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