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Nizza – Si chiamano Rafale e Mistral le ancelle dell'asse Parigi-Cairo che si allunga fino a Riad. Un asse che non viene turbato da vicende come il sequestro e l'uccisione di Giulio Regeni, come non lo è stato nei mesi scorsi dalla scomparsa di un professore universitario francese in Egitto. E non c'e' da cercare alcuna dietrologia nell'attacco del New York Times per il silenzio francese sulla vicenda Regeni, ne' manovre machiavelliche dietro la decisione di Francois Hollande di non cancellare la visita del 18 ad al-Sisi nonostante l'Ue abbia condannato la condotta egiziana sulla morte del giovane ricercatore italiano. Né è convinto Jean Pierre Darnis, direttore del programma di sicurezza e difesa dello Iai e docente dell'universita' di Nizza, secondo cui il diverso approccio delle cancellerie francese e italiana al caso Regeni e' da ricondurre a una storia di rapporti simili, ma che poggiano su fondamenta diverse. "le relazioni con la Francia" dice Darnis all'Agi, "per certi versi assomigliano a quelle che l'Egitto ha con l'Italia, ma se la valutazione politica del ruolo dell'Egitto nel Medio Oriente e' simile, diversa e' la natura dei rapporti economici in ballo. L'export francese e' quello di grosse aziende a partecipazione statale, soprattutto legate alla difesa, e questo spinge lo Stato a una certa cautela nei rapporti". Rapporti che passano per la Dassault Aviation chiamata a fornire all'Egitto 24 jet Rafale con una commessa da 5,2 miliardi di euro finanziati dall'Arabia Saudita; per la Dcns, produttrice delle due portaelicotteri Mistral e delle due corvette Gowind per un valore di tre miliardi, ma anche per un sistema di comunicazione satellitare per rafforzare la difesa egiziana.

"La Francia ha presente la questione dei diritti umani" aggiunge Darnis, "ma in un'ottica di stabilizzazione del Medio Oriente conta sull'Egitto attuale come un fattore sul quale giocare. Tra l'altro la vendita dei caccia Rafale non e' una semplice vendita di materiale militare, ma un'intesa con i sauditi lungo un asse Parigi-Cairo-Riad".Un altro elemento importante l'approccio culturale che Italia e Francia hanno nei confronti di due aree diverse come il Maghreb e l'Egitto. "La Francia non ha la tradizione arabizzante e orientalista che in Italia verte molto sull'Egitto" dice Darnis, "Giulio Regeni non era un fenomeno isolato, ma il rappresentante di generazioni di accademici che hanno studiato l'Egitto e vi si sono impegnati anche in prima persona. Un esempio di sguardo molto attento all'evoluzione del popolo egiziano e' Emma Bonino. In Francia la tradizione araba e' forte, ma si spalma in Maghreb e Medio Oriente e non ha quella cristalizzazione che l'Italia ha su un singolo Paese". Inoltre, dice Darnis, Parigi deve fare i conti con l'attenzione delle petromonarchie arabe che a fronte del disimpegno statunitense dalla regione dopo gli anni di guerra in Afghanistan e Iraq si sono trovate orfane e hanno volto stabilire legami che fossero anche garanzie di sicurezza. Questo spiega, ad esempio, l'apertura di una base francese ad Abu Dhabi, la prima in era post coloniale. "I francesi hanno dimostrato di avere meno scrupoli politici di Italia e Germania quando si tratta di intervenire" spiega, "ma l'asse con Riad e il Cairo non e' l'alfa e l'omega della politica estera francese: Parigi sente il pericolo del terrorismo che viene dal Maghreb e cerca di stabilizzare quell'area". (AGI) 

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